Mi hai chiesto cos'era cambiato.
Ti ho detto che è ho solo capito che non è spalla a spalla
nemmeno stavolta.
Sulla sponda di un fiume di auto
sotto uno scroscio di parole
ci siamo dati libri come carezze
e tardato a una cena e ad una paura.
A volte è semplicemente stupendo sapere
che ci sono codici del cuore
che sai leggere soltanto tu.
Tertium est genus eorum, qui uri appellantur. Hi sunt magnitudine paulo infra elephantos, specie et colore et figura tauri. - Cesare, De Bello Gallico
Li vedo ancora, in fondo a questi occhi. Arrivavano lì, al volgere della sera, con le loro piccole navi dall'Oriente, dopo un viaggio che era durato mesi, e a volte interi anni, perchè quella per mare era solo l'ultima parte di un tragitto che si compiva per dorsi di cammelli, cavalli, carri, e a piedi, che Dio solo sa quanti piedi si sono consumati lungo le strade delle carovane, quando erano le stagioni a misurarci i passi, e l'inverno sempre dietro ad incalzarci su per sentieri gelidi di roccia nera, l'estate a sfinirci lungo le piste segnate sulla sabbia, e non c'era primavera che ci trovasse fermi ad aspettarla, perchè ci svegliavamo presto allora, prima della natura intorno, cosicché la vita che rinasceva ci trovasse in movimento, a salutarla.
Avevano attraversato mari, fiumi, montagne e deserti, percorso terre fantastiche e incontrato popoli incredibili, respirato arie intrise di profumi di spezie e bergamotto che ti rimaneva dentro, nelle narici, che ne erano talmente impregnate che ogni odore, dopo, sarebbe stato sempre terminato da quelle essenze rimaste impresse nel ricordo, che riaffioravano vivide allo scemare della causa che aveva risvegliato il senso.
Arrivavano lì, al volgere della sera, e la Laguna scintillava delle luci di Venezia in fondo e li accoglieva nell'abbraccio, lasciando indietro l'onda e la fatica. Arrivavano lì, a ridosso di quella che chiamavano casa, e i cuori gia indovinavano nelle fughe dei tetti semisommersi nel buio una falda familiare, un coppo noto, il vuoto di un terrazza che si riempiva del ricordo di una donna, la sagoma di un campanile che era l'eco del suono del risveglio di domeniche lontane. Arrivavano lì, in fondo ad una storia, e già il lontano si sfocava nella memoria, tornava onirico, misterioso, ambrato. Arrivavano lì, dopo aver incontrato culture nuove e fantastiche, e loro li sbattevano in quarantena.
Allora non si chiamava ancora quarantena, ma durava quaranta giorni lo stesso; poi ci avevano pensato su, e dopo un gran lavorio di teste avevano convenuto che quaresima sarebbe stato un po' sacrilego come nome; qualcuno aveva proposto quaterna, ma l'avevano mandato a cagare, e alla fine avevano concordato che quarantena andava bene.
Insieme alle merci mettevano in quarantena anche le persone: quaranta giorni su un isolotto, a veder Venezia laggiù, tutte le mattine, senza poterci andare, ci pensi? Si alzavano di buon ora, tutte le mattine, mettevano un segno sul muro, e guardavano Venezia, laggiù. E aspettavano.
Ogni tanto veniva il medico della Peste, intabarrato in un pesante mantello nero. Aveva una maschera sul viso, sai, quella con il becco lungo,.era la sua, la maschera del medico della Peste, e lui la usava per ripararsi dai miasmi. In realtà con quel nasone se li respirava tutti, e se ci fosse stato anche un solo accenno di morbo entro un miglio l'avrebbe inalato, ma lui non lo sapeva. In effetti, l'idea del medico della Peste era proprio quella: lui respirava i miasmi, schiodava, e allora era segno che c'era la peste. Come i canarini che usano in miniera, Venezia usava il medico della Peste. Lui era contento, aveva un suo ruolo, dava una respirata, e se rimaneva vivo, voleva dire che andava tutto bene. Aveva studiato un sacco di trattati, la maggior parte in greco ed in latino, e su molti non ci aveva capito un granché. Però, per la peste aveva un gran naso, e questo bastava, a lui come alla città. La sera, arrivato a casa, cancellava una delle tacche che aveva fatto sul muro. Perché se sei il medico della Peste, le tacche dei tuoi giorni sulla Terra le fai tutte prima, poi semmai le cancelli.
Qualche volta guardava Venezia, all'orizzonte, e pensava che quarantena non era il nome adatto ad una vita ai bordi del mondo; gli altri dopo quaranta giorni andavano sulla terraferma ma il medico della Peste no, lui restava. La sua vita era vedere la terra dal mare, e annusar la morte. Per questo la sera cancellava una tacca dal muro. Era come un altro giorno non vissuto.
La Peste poi, in realtà, non arrivava mai, o perlomeno, non per quella via. La Peste, quella parola che appariva maiuscola nelle bocche e negli occhi sbarrati di chi la vita la passava nella città, era un'idea. L'idea stessa del viaggio, dell'ignoto, la paura di andare. Per quello Venezia, insieme alle merci, metteva in quarantena le idee che tornavano. Su quell'isolotto, in quel tempo non-tempo di vita sospesa al bordo della nebbia della Laguna, si sbiadivano immagini, si acquarellavano emozioni, si smorzavano i profumi dell'Altrove. Si diventava più accettabili, si facevano file ordinate e si attendeva sulle soglie degli uffici, pronti ad entrare, grati di tornare anziché desiderosi di partire.
Eppure, sulle pareti di quell'ospedale prigione segnate di attesa e di speranze, talvolta immagini di belve improbabili apparivano, disegni di fiere esotiche e fantastiche, chimere multiformi composte da uomini sospesi in quel fazzoletto di Limbo. Cominciava uno, una mattina, appoggiato ad un muro bianco di calce ed umido, a tracciare con un carboncino una schiena, a disegnare un albero, a raccontare un tramonto. E con il passar dei giorni e l'avvicendarsi dei marinai, la scena mutava e diveniva nuova, e quel quadrupede ora era aquila e poi serpente e mostro marino, e la geografia dei luoghi si stratificava, addizionandosi, in un paesaggio di Eden che era la somma del ricordo di diversi luoghi, che ognuno aveva portato dentro nel suo viaggio e ora depositava su quella improvvisata tela.
Li vedeva la sera, passando per i corridoi ormai vuoti dove il passo risuonava cupo, il medico della Peste, li vedeva quei mondi che dagli occhi erano tornati per le mani fuori, e si fermava a volte rapito ad osservare quel bestiario assurdo e misterioso. Toglieva la maschera allora, per farsi più vicino alla parete, per guardar meglio, e si scopriva ad annusare avidamente quella polvere di muro in cerca di uno scampolo di odore, un resto di vita da succhiare, come sciacallo, dalla pelle morta del mondo.
Piano un lamento si levava nella notte, come un singhiozzo soffocato da un viso nascosto, e quel suono trovava uscita e si diffondeva, sopra lo sciabordio dell'acqua per la Laguna. Verso Oriente.
Come cambia le cose
la luce della luna
come cambia i colori qui
la luce della luna
come ci rende solitari e ci tocca
come ci impastano la bocca
queste piste di polvere
per vent'anni o per cento
e come cambia poco una sola voce
nel coro del vento
ci si inginocchia su questo
sagrato immenso
dell'altipiano barocco d'oriente
per orizzonte stelle basse
per orizzonte stelle basse
oppure niente.
E non è rosa che cerchiamo non è rosa
e non è rosa o denaro, non è rosa
e non è amore o fortuna
non è amore
che la fortuna è appesa al cielo
e non è amore
Chi si guarda nel cuore
sa bene quello che vuole
e prende quello che c'è
(Ivano Fossati)