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Credo nelle parole, che spaccano le rocce. Credo nelle persone, perché ci sono sempre altre persone in cui credere. Credo nell'amore, che ci libera tutti.
Credo nella vita, e vivo delle cose in cui credo.

Michele

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"io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare."
Ivano Fossati
Ringraziamenti
A tutti coloro che, quando vedono l'onda, si lanciano avanti di corsa gridando il proprio nome...

A te, mia dolce compagna, che muovi i tuoi passi prudenti sul ciglio del mondo...

A me, che sto qui da solo, aspettando che si sciolga la neve, per tornare a volare.

La vita come la vedo io
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- E' buono - disse il vecchio cavaliere, - con cosa lo prepari ?
- Un infuso di sogni - rispose la bambina.

martedì, 24 novembre 2009,ore 01:50

Quando abbiamo sostituito il campo aperto con la trincea? Quando abbiamo fermato la carica delle cavallerie, quando abbiamo rinunciato all'impeto furioso dello sbarco, quando abbiamo abbandonato le traiettorie dirette per le parabole delle granate? Qui prima era verde e ora sono file e file di gallerie di talpa dentro cui aspettare i colpi dei mortai. Si muore meno qui sotto? Sono forse meno i caduti dietro queste linee che quelli che lasciavamo sui campi di grano? No, sono solo più vicini alla terra, da qui. E' più facile ricoprire, se muori già sotto il livello del terreno. Soprattutto, è più facile uccidere, se non vedi in faccia l'uomo che muore, se non senti il suo lamento.

Del muro di Berlino ricordo solamente lo spessore, esiguo, e l'altezza, poco meno di tre metri, ovvero all'incirca un piano di una casa. Eppure, quella lastra, tutto sommato irrisoria, ha rappresentato per più di cinquant'anni un paradigma invalicabile, una incomprensione insanabile tra due sistemi diversi di vedere la vita. Ma da un lato e dall'altro del muro c'erano uomini, gli stessi uomini, della stessa materia e con gli stessi desideri. Con l'unico errore di pensare che dall'altra parte gli altri non fossero come loro.

Si chiamava Conrad Shumann, diciannove anni e una adolescenza spesa per preparare un unico grande salto. Non c'era folla quel giorno sulle tribune. Non c'erano nemmeno le tribune, per dirla tutta, quel giorno. E nemmeno uno stadio in cui esibirsi e una medaglia da vincere, un trofeo da sollevare e un alloro da indossare. Certi salti li prepari per una vita per spenderteli quando nessuno guarda, perchè ci sono tanti modi per essere campioni, ma uno solo per essere liberi; Conrad, in un giorno di agosto del 1961, quel modo  l'ha trovato: ha voluto vedere come erano gli altri. Puoi vederlo saltare il muro, in una foto in bianco e nero un po' slavata. Le parole devi mettercele tu; a me piace pensare che in quel momento Conrad abbia gridato il suo vaffanculo al mondo, al come va fatto per fare bene e ai rischi che si corrono vivendo, ma non posso esserne certo, io non c'ero. Peraltro credo che se non in quella occasione, il suo vaffanculo l'abbia gridato poi, anni dopo, prima di calciar via lo sgabello che lo aveva sostenuto mentre passava il cappio sopra un ramo grande abbastanza da sopportare il peso di una vita vissuta.

Di Guerra e Pace il un ricordo in soggettiva di un cielo azzurro di Russia e nuvole alte all'orizzonte, il giorno che Andrej cadde in battaglia e degli occhi di Natascia in cui capì che sarebbe morto. Li ho ritrovati, quegli occhi e quella bocca, ma non sono stato pronto a lasciar la vita. Per un principe che muore, un soldato torna in trincea, ad aspettare che la guerra passi. Portando il ricordo di un sorriso dolcissimo e di un seno abbronzato, per scaldarsi quando fuori è troppo inverno. Io ci ho provato ad uscire allo scoperto, a saltare. A modo mio, inciampando nella rincorsa. Sono finito in un'altra trincea. Le macerie che lasciamo dentro a volte ci lacerano più dei crolli che l'hanno prodotte.
volamiaddosso
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domenica, 22 novembre 2009,ore 04:29

Mi hai chiesto cos'era cambiato.
Ti ho detto che è ho solo capito che non è spalla a spalla
nemmeno stavolta.
Sulla sponda di un fiume di auto
sotto uno scroscio di parole
ci siamo dati libri come carezze
e tardato a una cena e ad una paura.
A volte è semplicemente stupendo sapere
che ci sono codici del cuore
che sai leggere soltanto tu.

volamiaddosso
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venerdì, 20 novembre 2009,ore 02:21

E' una tassonomia dell'amore l'ultimo film di Almodovar, la declinazione del sentimento attraverso la sensibilità dell'occhio del regista. C'è una passione dirompente, scenica, che passa per la perfetta avvenenza di Penelope Cruz, un amore da pellicola che solo nella pellicola può esprimersi compiutamente. Un amore interrotto di amanti che trovano la morte non nella solennità di un abbraccio ma nella quotidianità di un bacio, nell'inerzia delle bocche che cercano il contatto come antenne di insetto il terreno, come mani farfalle passate su fotogrammi sgranati di pixel colorati, a succhiare dallo schermo un bacio attraverso i polpastelli. C'è un altro tipo di amore, dietro, un amore che non passa per lo schermo ma rimane volutamente in sottofondo, sussurrato, un amore di appoggio, che sorregge, che annaffia, che non si nutre di oggetto ma di contesto, nella condivisione di un tessuto o di un soprammobile. Amore da frutto, come un albero. C'è amore di figlio che restituisce l'identità perduta, che ridà un nome, un ricordo e una dignità a una storia, e amore di padre che trasmette la propria arte, che si fa da parte per dare spazio ad un'idea.
Quanta passione, quanto sentimento sciupato da un doppiaggio di labbra che sottrae significato alle parole, quanta bramosia, quanto egoismo che scende come un sudario a sprecare una vita e una storia. Dovremmo tutti averla una seconda identità, un secondo nome a cui rispondere quando la vita chiama per lasciar indietro un dolore e ricominciare. Non per dimenticare quello che è stato, ma per sedimentarlo nel ricordo. E farlo infine ritornare, senza sangue, senza rancore, senza rabbia, perchè la memoria diventa catarsi per continuare.
L'amore, ci suggerisce Almodovar, non riesce a ritrarre se stesso, mai. Gli unici abbracci che riusciamo a riconoscere, sono quelli sufficientemente lontani da permetterci di osservarli senza turbarli, in barba al Principio di Indeterminazione, senza influenzarne lo stato. E quando questo accade, è solo perchè non ci siamo nemmeno accorti di averli fissati.
Il resto è solo la volontà di rimettere insieme frammenti di una fotografia, di scegliere le inquadrature migliori per raccontare. Comunque irrinunciabile.
I film bisogna finirli, anche se alla cieca.
volamiaddosso
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martedì, 17 novembre 2009,ore 21:36

Ci sono le cose che vorrei dirti, come una pioggia di parole  che arriva dopo giorni di  siccità. C'è il silenzio con cui ti guardo, come quando un vento cattivo lascia il posto alla calma e ricominci a sentire gli uccelli cantare. Ci sono i tuoi occhi, che traboccano della tua animabella, come se ti avessero riempita all'orlo. Ti vedo tracimare e come un contadino accorto raccolgo l'olio che trabocca dalla giara, perchè non vada sprecata una goccia di quel bene prezioso che arriva a me come dono inatteso. C'è l'angolo di una via e un pezzo di muro che fa cornice al tuo viso e diventa bellissimo perchè il mio sguardo non riesce a mettere a fuoco niente altro che il tuo viso, e il davanti e il dietro a te sono solo toni di grigio di un fotogramma dove l'unico colore è il rosso delle tue labbra. C'è il grano dei tuoi capelli, come messi generose dentro cui passare le mani cercando le tue guancie che tremano di un fremito dolce che è la nota sospesa che sento dentro, come la vibrazione che resta quando l'arco scende alla fine di un pezzo, prima che arrivi lo scroscio borghese dell'applauso, quando sai che hai finito, e sarà un successo. Quanto c'è in un momento, questa notte. Quanto ci sei tu, dentro me. Quanto è nuovo, dopo centomila ore, il tempo che arriva quando sentiamo che è di nuovo alba. Quante volte, è di nuovo la prima. Da qualche parte una donna apre una finestra al sole nascente e stende un bucato pulito, lasciando entrare l'aria buona e la luce del mattino dentro una stanza e in un cuore. Via Appia centotrenta. Giorno zero. Ora zero. Inizio. Buongiorno amore.
Amen.
volamiaddosso
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giovedì, 12 novembre 2009,ore 17:18

Tertium est genus eorum, qui uri appellantur. Hi sunt magnitudine paulo infra elephantos, specie et colore et figura tauri. - Cesare, De Bello Gallico

Li vedo ancora, in fondo a questi occhi. Arrivavano lì, al volgere della sera, con le loro piccole navi dall'Oriente, dopo un viaggio che era durato mesi, e a volte interi anni, perchè quella per mare era solo l'ultima parte di un tragitto che si compiva per dorsi di cammelli, cavalli, carri, e a piedi, che Dio solo sa quanti piedi si sono consumati lungo le strade delle carovane, quando erano le stagioni a misurarci i passi, e l'inverno sempre dietro ad incalzarci su per sentieri gelidi di roccia nera, l'estate a sfinirci lungo le piste segnate sulla sabbia, e non c'era primavera che ci trovasse fermi ad aspettarla, perchè ci svegliavamo presto allora, prima della natura intorno, cosicché la vita che rinasceva ci trovasse in movimento, a salutarla.

Avevano attraversato mari, fiumi, montagne e deserti, percorso terre fantastiche e incontrato popoli incredibili, respirato arie intrise di profumi di spezie e bergamotto che ti rimaneva dentro, nelle narici, che ne erano talmente impregnate che ogni odore, dopo, sarebbe stato sempre terminato da quelle essenze rimaste impresse nel ricordo, che riaffioravano vivide allo scemare della causa che aveva risvegliato il senso.
Arrivavano lì, al volgere della sera, e la Laguna scintillava delle luci di Venezia in fondo e li accoglieva nell'abbraccio, lasciando indietro l'onda e la fatica. Arrivavano lì, a ridosso di quella che chiamavano casa, e i cuori gia indovinavano nelle fughe dei tetti semisommersi nel buio una falda familiare, un coppo noto, il vuoto di un terrazza che si riempiva del ricordo di una donna, la sagoma di un campanile che era l'eco del suono del risveglio di domeniche lontane. Arrivavano lì, in fondo ad una storia, e già il lontano si sfocava nella memoria, tornava onirico, misterioso, ambrato. Arrivavano lì, dopo aver incontrato culture nuove e fantastiche, e loro li sbattevano in quarantena.
Allora non si chiamava ancora quarantena, ma durava quaranta giorni lo stesso; poi ci avevano pensato su, e dopo un gran lavorio di teste avevano convenuto che quaresima sarebbe stato un po' sacrilego come nome; qualcuno aveva proposto quaterna, ma l'avevano mandato a cagare, e alla fine avevano concordato che quarantena andava bene.
Insieme alle merci mettevano in quarantena anche le persone: quaranta giorni su un isolotto, a veder Venezia laggiù, tutte le mattine, senza poterci andare, ci pensi? Si alzavano di buon ora, tutte le mattine, mettevano un segno sul muro, e guardavano Venezia, laggiù. E aspettavano.
Ogni tanto veniva il medico della Peste, intabarrato in un pesante mantello nero. Aveva una maschera sul viso, sai, quella con il becco lungo,.era la sua, la maschera del medico della Peste, e lui la usava per ripararsi dai miasmi. In realtà con quel nasone se li respirava tutti, e se ci fosse stato anche un solo accenno di morbo entro un miglio l'avrebbe inalato, ma lui non lo sapeva. In effetti, l'idea del medico della Peste era proprio quella: lui respirava i miasmi, schiodava, e allora era segno che c'era la peste. Come i canarini che usano in miniera, Venezia usava il medico della Peste. Lui era contento, aveva un suo ruolo, dava una respirata, e se rimaneva vivo, voleva dire che andava tutto bene. Aveva studiato un sacco di trattati, la maggior parte in greco ed in latino, e su molti non ci aveva capito un granché. Però, per la peste aveva un gran naso, e questo bastava, a lui come alla città. La sera, arrivato a casa, cancellava una delle tacche che aveva fatto sul muro. Perché se sei il medico della Peste, le tacche dei tuoi giorni sulla Terra le fai tutte prima, poi semmai le cancelli.
Qualche volta guardava Venezia, all'orizzonte, e pensava che quarantena non era il nome adatto ad una vita ai bordi del mondo; gli altri dopo quaranta giorni andavano sulla terraferma ma il medico della Peste no, lui restava. La sua vita era vedere la terra dal mare, e annusar la morte. Per questo la sera cancellava una tacca dal muro. Era come un altro giorno non vissuto.
La Peste poi, in realtà, non arrivava mai, o perlomeno, non per quella via. La Peste, quella parola che appariva maiuscola nelle bocche e negli occhi sbarrati di chi la vita la passava nella città, era un'idea. L'idea stessa del viaggio, dell'ignoto, la paura di andare. Per quello Venezia, insieme alle merci, metteva in quarantena le idee che tornavano. Su quell'isolotto, in quel tempo non-tempo di vita sospesa al bordo della nebbia della Laguna, si sbiadivano immagini, si acquarellavano emozioni, si smorzavano i profumi dell'Altrove. Si diventava più accettabili, si facevano file ordinate e si attendeva sulle soglie degli uffici, pronti ad entrare, grati di tornare anziché desiderosi di partire.
Eppure, sulle pareti di quell'ospedale prigione segnate di attesa e di speranze, talvolta immagini di belve improbabili apparivano, disegni di fiere esotiche e fantastiche, chimere multiformi composte da uomini sospesi in quel fazzoletto di Limbo. Cominciava uno, una mattina, appoggiato ad un muro bianco di calce ed umido, a tracciare con un carboncino una schiena, a disegnare un albero, a raccontare un tramonto. E con il passar dei giorni e l'avvicendarsi dei marinai, la scena mutava e diveniva nuova, e quel quadrupede ora era aquila e poi serpente e mostro marino, e la geografia dei luoghi si stratificava, addizionandosi, in un paesaggio di Eden che era la somma del ricordo di diversi luoghi, che ognuno aveva portato dentro nel suo viaggio e ora depositava su quella improvvisata tela.
Li vedeva la sera, passando per i corridoi ormai vuoti dove il passo risuonava cupo, il medico della Peste, li vedeva quei mondi che dagli occhi erano tornati per le mani fuori, e si fermava a volte rapito ad osservare quel bestiario assurdo e misterioso. Toglieva la maschera allora, per farsi più vicino alla parete, per guardar meglio, e si scopriva ad annusare avidamente quella polvere di muro in cerca di uno scampolo di odore, un resto di vita da succhiare, come sciacallo, dalla pelle morta del mondo.

Piano un lamento si levava nella notte, come un singhiozzo soffocato da un viso nascosto, e quel suono trovava uscita e si diffondeva, sopra lo sciabordio dell'acqua per la Laguna. Verso Oriente.


Come cambia le cose
la luce della luna
come cambia i colori qui
la luce della luna
come ci rende solitari e ci tocca
come ci impastano la bocca
queste piste di polvere
per vent'anni o per cento
e come cambia poco una sola voce
nel coro del vento
ci si inginocchia su questo
sagrato immenso
dell'altipiano barocco d'oriente
per orizzonte stelle basse
per orizzonte stelle basse
oppure niente.

 

E non è rosa che cerchiamo non è rosa
e non è rosa o denaro, non è rosa
e non è amore o fortuna
non è amore
che la fortuna è appesa al cielo
e non è amore

 

Chi si guarda nel cuore
sa bene quello che vuole
e prende quello che c'è


Ha ben piccole foglie
ha ben piccole foglie
ha ben piccole foglie
la pianta del tè.

 (Ivano Fossati)

volamiaddosso
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categoria : il viaggio